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PURGATORIO - CANTO XXVIII

Il giardino tra la terra e il Cielo

Con il canto XXVIII avviene il passaggio all’ultima sezione del Purgatorio, ambientata nel Paradiso terrestre, che avrà a partire dal canto XXIX un registro allegorico nuovo. E’ qui che Dante, Virgilio e Stazio, i tre poeti che dal canto XXI procedono insieme verso l’alto entrano nel giardino dell’Eden, l’armonioso regno di Adamo ed Eva, che avrebbe dovuto essere la casa terrena di tutta l’umanità. Ma del fatto che questo sia un triplice ingresso il lettore non si accorge: l’unico personaggio di cui sono registrati gesti e reazioni è Dante, mentre alla presenza concomitante di Virgilio e Stazio non viene fatto più alcun cenno. Questa solitudine del pellegrino nel giardino delle delizie è il risultato finale della sua graduale consacrazione poetica, preparata a partire dal canto XI, col discorso di Oderisi da Gubbio sulla poesia del suo tempo, dall’incontro con Stazio nel XXI, dai dialoghi con Forese Donati nel XXIII, con Bonagiunta da Lucca nel XXIV, con Guido Guinizzelli e Arnaut Daniel nel XXVI. Dunque, il pellegrino Dante ha superato le prove della discesa nell’Inferno e della scalata del Purgatorio, e con due scorte come Virgilio, il supremo rappresentante della poesia epica, e di Stazio, che alla sapienza poetica ha aggiunto la fede, dimostra di aver acquisito una maturità poetica superiore a quella di qualunque altro autore del suo tempo: è l’unico poeta medievale a varcare la soglia dell’Eden, anticamera del Cielo.
La solitudine del Paradiso terrestre, giardino ancora più affascinante perennemente primaverile ma privo di presenze umane, sarà interrotta dall’incontro con Matelda e si trasformerà di fatto in un duetto fra Dante e la donna che sembra esserne la custode. Proprio il personaggio di Matelda diventa la quintessenza del percorso poetico e morale del Purgatorio: in lei prendono vita modelli poetici provenienti dalla cultura classica e dalla lirica cortese. Infatti il canto è intessuto di stilemi propri della lirica d’amore del Duecento, ma anche di suggestioni classiche che si intrecciano con fonti bibliche: Matelda è fuori di ogni dubbio una rappresentante di Dio, come testimonia il salmo Delectasti, che canta ridendo, rendendolo così un inno di gioia, ma è paragonata anche una dea dell’Olimpo pagano, Proserpina, e prima ancora viene descritta come una donna soletta e quindi chiamata dal pellegrino bella donna, com’è nella tradizione della lirica d’amore del Duecento. E al termine del suo discorso, dotto ma sempre pieno di soavità e grazia, Matelda rivela che il Paradiso terrestre è una sorta di Parnaso cristiano, la sede delle divinità preposte all’arte, le Muse, cantato già dai poeti antichi che lo hanno «sognato», immaginato con la loro intuizione poetica: e proprio a questa affermazione gli altri due personaggi finora ignorati, Virgilio e Stazio, manifestano la loro presenza con un sorriso.
Ma Matelda è una figura suggestiva soprattutto per la sua inafferrabile natura, per la sua femminilità soave che la rende il perfetto complemento del severo Catone guardiano dell’approdo al Purgatorio. Nella libertà che si dovette aprire a Dante al momento di costruire il suo Purgatorio, è decisamente una scelta felice affidare a una donna l’ultimo accompagnamento delle anime ormai pronte al Paradiso: è la sua dolcezza femminile il più giusto coronamento delle fatiche dell’espiazione, un adeguato preludio della dimensione divina del Paradiso. Quello con Matelda è dunque una degna anticipazione dell’incontro, decisivo, con Beatrice, che avverrà tra poco, nel canto XXX.


(Bianca Garavelli - Commento al Purgatorio - Bompiani 2002)

Gustav Dorè - Fiumicello nel giardino dell'Eden

 

 

 

 

 

 

 

 

 


personaggi del Canto

Dante
Virgilio
Stazio
Matelda



 


Il canto

Canto XXVIII, ove si tratta come la vita attiva distingue a l'auttore la natura del fiume di Letè, il quale trovò nel detto Paradiso, ove molto dimostra de la felicitade e del peccato di Adamo, e del modo e ordine del detto luogo.

Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch'a li occhi temperava il novo giorno, 3
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d'ogne parte auliva. 6
Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento; 9
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u' la prim'ombra gitta il santo monte; 12
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d'operare ogne lor arte; 15
ma con piena letizia l'ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime, 18
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
quand'Ëolo scilocco fuor discioglie. 21
Già m'avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch'io
non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi; 24
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che 'nver' sinistra con sue picciole onde
piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo. 27
Tutte l'acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde, 30
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l'ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna. 33
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d'i freschi mai; 36
e là m'apparve, sì com'elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare, 39
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond'era pinta tutta la sua via. 42
"Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
che soglion esser testimon del core, 45
vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss'io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch'io possa intender che tu canti. 48
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera". 51
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette, 54
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli; 57
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che 'l dolce suono
veniva a me co' suoi intendimenti. 60
Tosto che fu là dove l'erbe sono
bagnate già da l'onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono. 63
Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume. 66
Ella ridea da l'altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l'alta terra sanza seme gitta. 69
Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là 've passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani, 72
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch'allor non s'aperse. 75
"Voi siete nuovi, e forse perch'io rido",
cominciò ella, "in questo luogo eletto
a l'umana natura per suo nido, 78
maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto. 81
E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
dì s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
ad ogne tua question tanto che basti". 84
"L'acqua", diss'io, "e 'l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch'io udi' contraria a questa". 87
Ond'ella: "Io dicerò come procede
per sua cagion ciò ch'ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede. 90
Lo sommo ben, che solo esso a sé piace,
fé l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr'a lui d'etterna pace. 93
Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco. 96
Perché 'l turbar che sotto da sé fanno
l'essalazion de l'acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno, 99
a l'uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso 'l ciel tanto,
e libero n'è d'indi ove si serra. 102
Or perché in circuito tutto quanto
l'aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d'alcun canto, 105
in questa altezza ch'è tutta disciolta
ne l'aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch'è folta; 108
e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l'aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote; 111
e l'altra terra, secondo ch'è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna. 114
Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s'appiglia. 117
E saper dei che la campagna santa
dove tu se', d'ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta. 120
L'acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch'acquista e perde lena; 123
ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant'ella versa da due parti aperta. 126
Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l'altra d'ogne ben fatto la rende. 129
Quinci Letè; così da l'altro lato
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato: 132
a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna ch'assai possa esser sazia
la sete tua perch'io più non ti scuopra, 135
darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che 'l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia. 138
Quelli ch'anticamente poetaro
l'età de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro. 141
Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice". 144
Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
a' miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l'ultimo costrutto; 147
poi a la bella donna torna' il viso.



Riassunto di Bianca

Purgatorio XXVIII - Il giardino tra la terra e il Cielo

Vv. 1-21 Dante supera il confine del Paradiso terrestre ed entra in una foresta folta e rigogliosa, che vela la luce del nuovo giorno, in un’aria profumata. Una leggera brezza gli accarezza la fronte e piega le cime degli alberi, su cui cantano gli uccellini, come avviene nella pineta di Classe quando c’è scirocco.

vv. 22-51 Addentratosi nel bosco, Dante si imbatte in un corso d’acqua dalle acque sono così trasparenti che qualsiasi acqua limpida del mondo sembrerebbe torbida al confronto. Al di là del fiume vede apparire una donna sola, che canta e coglie fiori. Le si rivolge chiedendole di avvicinarsi; gli ricorda Proserpina nel momento in cui stava per essere rapita nell’Ade.

vv. 52-75 La donna si gira verso Dante con la grazia di una danzatrice, e si avvicina tanto da far intendere le sue parole. Arrivata sulla sponda del fiume, il suo sguardo si posa su Dante, ed è più luminoso di quello di Venere innamorata, mentre ride e intreccia i fiori in ghirlande. Solo pochi passi la separano da Dante, ma quest’ultimo odia il ruscello che li divide, più di quanto Leandro abbia odiato il mare che lo divideva da Ero.

vv. 76-87 La donna spiega col salmo Delectasti la ragione della sua felicità, nel luogo scelto come sede naturale dell’umanità, e si dichiara disponibile a rispondere ai quesiti di Dante. Che le chiede se l’acqua e il vento incontrati qui siano soggetti alle stesse leggi fisiche del mondo.

vv. 88-120 La donna risponde: Dio creò l’uomo tendente al bene, e gli donò il giardino come anticipo della beatitudine eterna. Ma per suo errore l’umanità lo abitò poco, trasformando la felicità in sofferenza. Perché le perturbazioni causate dai vapori d’acqua non turbassero il giardino, il monte si innalzò tanto da esserne immune. La brezza che Dante ha sentito non è vento, ma il movimento dell’atmosfera che segue la rotazione del Primo Mobile. Quindi le piante mosse da quest’aria diffondono intorno le loro proprietà generative, spargendole anche sul mondo, dove infatti le piante attecchiscono anche senza semi. Nel giardino ci sono tutti i semi creati, e frutti che nel mondo non si trovano.

vv. 121-148 Il ruscello non nasce da una sorgente regolata da leggi fisiche, ma inesauribile, che da Dio riacquista l’acqua che perde, formando due rami distinti. Dalla parte in cui sono loro ha il potere di annullare la memoria del peccato e si chiama Lete; dall’altra, di restituire il ricordo di ogni bene compiuto, e ha il nome di Eunoè. Quest’ultimo non ha potere se prima non si beve l’acqua dell’altro, dal sapore squisito. Aggiunge infine che questo luogo era stato descritto dai poeti antichi: qui l’umanità conobbe l’innocenza, nella sua eterna primavera e bevendone il nettare. Girandosi verso Virgilio e Stazio, Dante li vede sorridere a quest’ultima frase.

 


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