Il giardino tra la terra e il Cielo
(Bianca Garavelli - Commento al Purgatorio - Bompiani 2002)

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personaggi del Canto
Dante
Virgilio
Stazio
Matelda
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Il canto
Canto XXVIII, ove si tratta come la vita attiva distingue a l'auttore la natura del fiume di Letè, il quale trovò nel detto Paradiso, ove molto dimostra de la felicitade e del peccato di Adamo, e del modo e ordine del detto luogo.
Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch'a li occhi temperava il novo giorno, 3
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d'ogne parte auliva. 6
Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento; 9
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u' la prim'ombra gitta il santo monte; 12
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d'operare ogne lor arte; 15
ma con piena letizia l'ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime, 18
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
quand'Ëolo scilocco fuor discioglie. 21
Già m'avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch'io
non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi; 24
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che 'nver' sinistra con sue picciole onde
piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo. 27
Tutte l'acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde, 30
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l'ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna. 33
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d'i freschi mai; 36
e là m'apparve, sì com'elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare, 39
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond'era pinta tutta la sua via. 42
"Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
che soglion esser testimon del core, 45
vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss'io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch'io possa intender che tu canti. 48
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera". 51
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette, 54
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli; 57
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che 'l dolce suono
veniva a me co' suoi intendimenti. 60
Tosto che fu là dove l'erbe sono
bagnate già da l'onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono. 63
Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume. 66
Ella ridea da l'altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l'alta terra sanza seme gitta. 69
Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là 've passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani, 72
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch'allor non s'aperse. 75
"Voi siete nuovi, e forse perch'io rido",
cominciò ella, "in questo luogo eletto
a l'umana natura per suo nido, 78
maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto. 81
E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
dì s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
ad ogne tua question tanto che basti". 84
"L'acqua", diss'io, "e 'l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch'io udi' contraria a questa". 87
Ond'ella: "Io dicerò come procede
per sua cagion ciò ch'ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede. 90
Lo sommo ben, che solo esso a sé piace,
fé l'uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr'a lui d'etterna pace. 93
Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco. 96
Perché 'l turbar che sotto da sé fanno
l'essalazion de l'acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno, 99
a l'uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso 'l ciel tanto,
e libero n'è d'indi ove si serra. 102
Or perché in circuito tutto quanto
l'aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d'alcun canto, 105
in questa altezza ch'è tutta disciolta
ne l'aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch'è folta; 108
e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l'aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote; 111
e l'altra terra, secondo ch'è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna. 114
Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s'appiglia. 117
E saper dei che la campagna santa
dove tu se', d'ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta. 120
L'acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch'acquista e perde lena; 123
ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant'ella versa da due parti aperta. 126
Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l'altra d'ogne ben fatto la rende. 129
Quinci Letè; così da l'altro lato
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato: 132
a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna ch'assai possa esser sazia
la sete tua perch'io più non ti scuopra, 135
darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che 'l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia. 138
Quelli ch'anticamente poetaro
l'età de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro. 141
Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice". 144
Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
a' miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l'ultimo costrutto; 147
poi a la bella donna torna' il viso.
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Riassunto di Bianca
Purgatorio XXVIII - Il giardino tra la terra e il Cielo
Vv. 1-21 Dante supera il confine del Paradiso terrestre ed entra in una foresta folta e rigogliosa, che vela la luce del nuovo giorno, in un’aria profumata. Una leggera brezza gli accarezza la fronte e piega le cime degli alberi, su cui cantano gli uccellini, come avviene nella pineta di Classe quando c’è scirocco.
vv. 22-51 Addentratosi nel bosco, Dante si imbatte in un corso d’acqua dalle acque sono così trasparenti che qualsiasi acqua limpida del mondo sembrerebbe torbida al confronto. Al di là del fiume vede apparire una donna sola, che canta e coglie fiori. Le si rivolge chiedendole di avvicinarsi; gli ricorda Proserpina nel momento in cui stava per essere rapita nell’Ade.
vv. 52-75 La donna si gira verso Dante con la grazia di una danzatrice, e si avvicina tanto da far intendere le sue parole. Arrivata sulla sponda del fiume, il suo sguardo si posa su Dante, ed è più luminoso di quello di Venere innamorata, mentre ride e intreccia i fiori in ghirlande. Solo pochi passi la separano da Dante, ma quest’ultimo odia il ruscello che li divide, più di quanto Leandro abbia odiato il mare che lo divideva da Ero.
vv. 76-87 La donna spiega col salmo Delectasti la ragione della sua felicità, nel luogo scelto come sede naturale dell’umanità, e si dichiara disponibile a rispondere ai quesiti di Dante. Che le chiede se l’acqua e il vento incontrati qui siano soggetti alle stesse leggi fisiche del mondo.
vv. 88-120 La donna risponde: Dio creò l’uomo tendente al bene, e gli donò il giardino come anticipo della beatitudine eterna. Ma per suo errore l’umanità lo abitò poco, trasformando la felicità in sofferenza. Perché le perturbazioni causate dai vapori d’acqua non turbassero il giardino, il monte si innalzò tanto da esserne immune. La brezza che Dante ha sentito non è vento, ma il movimento dell’atmosfera che segue la rotazione del Primo Mobile. Quindi le piante mosse da quest’aria diffondono intorno le loro proprietà generative, spargendole anche sul mondo, dove infatti le piante attecchiscono anche senza semi. Nel giardino ci sono tutti i semi creati, e frutti che nel mondo non si trovano.
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