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LE TERZINE PERDUTE DI DANTE

Parigi, 1309. Un uomo attraversa insicuro un ponte sulla Senna. Sente un passo minaccioso alle sue spalle, teme sia uno dei suoi molti nemici. Ma in realtà è una sua amica a seguirlo. Una donna con un peso terribile che grava su di lei: Marguerite Porete, mistica accusata di eresia, autrice di un libro che parla del rapporto fra Dio e l’anima umana. Con lei l’uomo riesce, nonostante sia solo e lontano dalla patria, a sentirsi a casa. Quell’uomo è Dante, in esilio a Parigi, che presto scoprirà di essere diventato il centro di una guerra spietata fra due ordini che agiscono nell’ombra, coltivando la capacità di manipolare le menti con le forze del pensiero, in lotta rispettivamente per distruggere e difendere il genere umano. Un grande segreto è in gioco. Una profezia nascosta nelle sue terzine, che Dante cercherà in tutti i modi di trasmettere alle generazioni future, per salvarle da una minaccia incombente. Una minaccia che viene da chi cerca di violare il mistero della creazione.
Oggi. Riccardo Donati sembra un uomo di poche qualità. È un cultore di filologia romanza frustrato, un insegnante rassegnato. Ma c’è qualcosa che lo rende unico. Una scintilla di curiosità, un desiderio potente di sapere grazie al quale si imbatte in una misteriosa iscrizione a margine, in un manoscritto del Roman de la Rose, che ha tutta l’aria di essere la firma autografa di Dante. Da questa incredibile scoperta prende il via una giostra di avventure emozionanti, che porteranno Riccardo alla scoperta del suo rapporto profondo con una realtà parallela, lontana nel tempo e nello spazio. Accanto a lui, sempre presente in ogni momento difficile, Agostina, una bella, energica, ragazza che sembra fare di tutto per nascondere il suo fascino. Sarà Agostina, sua amica e quasi protettrice dai tempi della scuola, a guidare Riccardo in una fuga a catena per alcune città d’Italia, con l’aiuto di alleate, come lei atletiche e generose, pronte a sostenerla senza esitare. Inseguiti sempre da un violento personaggio, che entra in scena come il nuovo vicino di casa di Riccardo, il cui nome ricorda stranamente un’antica faida fiorentina. Fino a Parigi, dove li attende la clamorosa rivelazione del pericolo per il pianeta, proveniente dalle ricerche sull’infinitamente piccolo del Cern di Ginevra.
Parallele ma su due diversi piani temporali, la vicenda di Dante e quella di Riccardo, della sfortunata Marguerite e della combattiva Agostina, si incrociano ai giorni nostri, nel cuore dell’Europa scientifica e tecnologica, in un mosso, drammatico finale.

 

Le terzine perdute di Dante

 

 

 

 

 

 

 

 


personaggi

1309
Dante Alighieri
(al tempo dell'esilio, nella Parigi dei Grandi pensatori)
Marguerite Porete (teologa francese, perseguitata come eretica)
Il Numenio (misterioso maestro venuto dal lontano Oriente)
Hervé de Nédellec (teologo, priore provinciale dell'Ordine domenicano di Francia)
Maître Pierre (studioso dei moti degli astri)

Oggi
Riccardo Donati (cultore di filologia romanza, in procinto di tradurre il Roman de la Rose)
Agostina (la migliore amica di Riccardo, esperta di arti marziali)
Aurelia, Amanda, Aurore Prajna Paramita (amiche di Agostina, a loro volta artiste marziali e non solo)
Edoardo Cerchi (il minaccioso nuovo vicino di casa di Riccardo)
Marco D'Ancona (astrofisico che studia l'origine dell'universo)
Günther Siegfried (responsabile del progetto Magnete Terra al Cern di Ginevra)


dettagli

in aggiornamento



Estratto del romanzo

36. Nel buio (pagg. 211-213)

Ancora buio. Buio dappertutto. Riccardo non poteva distinguere tra ciò che lo circondava prima, a occhi chiusi, e ciò che vedeva ora che aveva aperto gli occhi.
Aspettò senza muoversi che la vista si abituasse all’oscurità. Aveva una lunga esperienza di movimenti estivi notturni nella sua casa – quando tutte le finestre erano spalancate lasciando via libera a un’invasione zanzare – e anche di escursioni astronomiche nel deserto egiziano, nelle notti di vacanza sulle rive del Mar Rosso, un’abitudine consolidata degli ultimi anni.
Sapeva perciò che in breve tempo i suoi occhi si sarebbero assuefatti alla tenue luce che non mancava mai, nemmeno in quella che sembrava una tenebra perfetta.
Intanto cominciò a percepire, una per una, le parti del proprio corpo. Scoprì che non aveva piena libertà di movimento. Qualcosa, forse corde o cinghie, gli impediva di muovere le braccia e, constatò subito dopo, anche le gambe, come avrebbe voluto.
Una sensazione dolorosa si aggiunse a questa scoperta sgradevole: la sua schiena era appoggiata a una superficie dura e fredda, umida, dalla consistenza lievemente granulosa. La poteva saggiare con i polpastrelli delle dita che toccavano qualcosa di molto simile a roccia granitica. Le asperità di quel piano d’appoggio cominciavano a segnargli la pelle.
Un brivido gli segnalò che anche la temperatura intorno a lui stava diventando troppo bassa per essere sopportabile. Annusò l’aria: avvertì un’umidità che gli parve crescente, forse perché i suoi sensi si erano risvegliati. Sembrava provenire dall’ambiente in cui suo malgrado si trovava, non solo dalla lastra di pietra su cui era appoggiato il suo corpo.
La sua vista nel frattempo si era abituata alla luce, davvero tenue, che sembrava provenire da differenti punti luminosi distribuiti vicino alle pareti, di cui non riusciva a stabilire la posizione. Tremolavano in modo irregolare, proprio come altrettante candele, che si riflettevano soprattutto su di un pavimento stranamente brillante, formato da sassolini colorati e lucidi. Poteva distinguere una stanza piuttosto grande, di forma quasi circolare. Era spoglia, con le pareti alte e lisce, appena mosse da quelle che gli sembrarono, a una prima impressione, delle tende disposte in modo regolare. A guardar meglio, però, non erano tende, ma forse nicchie scavate nella roccia. Forse si trovava in una cappella o, a giudicare dall’umidità, in una cripta.
Un rumore improvviso lo fece sobbalzare. Passi che si avvicinavano, veloci. Istintivamente cercò di alzarsi per nascondersi, fuggire. Non ci riuscì. Era legato, scoprì dibattendosi febbrilmente, da lacci piuttosto morbidi, che però lo assicuravano saldamente a quello che, ormai era evidente, era un lastrone di pietra.
Non ebbe più il tempo di pensare. Un folto gruppo di figure umane stava ormai in piedi intorno a lui. Da quel gruppo, venne una voce maschile che ormai gli era, suo malgrado, familiare.
«Ci incontriamo finalmente come si conviene, amico mio.»
Riccardo riconobbe la voce di Edoardo Cerchi, e un istante dopo ne ebbe la conferma dal viso, che riusciva a vedere alla scarsa luce che lo illuminava in parte. Aveva un’espressione sicura e cattiva che, se possibile, lo raggelò ancora di più. Ebbe la forza di rispondergli, trovando una residua energia in sé.
«Ora finalmente mi dirai che cosa vuoi da me.»
La risata del suo interlocutore aveva un timbro spaventoso, come se provenisse dal fondo di una caverna.
«Ma vuoi scherzare? Non lo sai già? Voglio da te quello per cui stai scappando da troppo tempo, ormai. Per cui ho dovuto inseguirti fino a qui. Dove tutto avrà fine.»
«Il manoscritto?» chiese suo malgrado Riccardo, pentendosi di aver parlato.
«Certo, il manoscritto, e soprattutto quel che rappresenta. Quello che nessuno finora ha mai saputo. O almeno non ha mai saputo interpretare. Ora tu me lo darai.» [...]
(Bianca Garavelli, Le terzine perdute di Dante, Baldini & Castoldi, pagg. 211-213)


DANTE

:: In questa sezione alcuni canti della Divina Commedia commentati da Bianca Garavelli: Inferno II,
Purgatorio XXVIII,
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