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:: E Saba disse: "Troppe liriche senza virgole" - Avvenire 7 Febbraio 2009

Raccolti in «Versi dispersi» più di cento testi poco noti, pubblicati su riviste. Ci vengono così testimoniati i cambiamenti più frequenti a cui l’autore sottoponeva i suoi componimenti, fino ai segni di interpunzione, come gli esclamativi

 DI BIANCA GARAVELLI
 Sapevamo già che Umberto Saba aveva una cura maniacale verso le sue poesie, che rileggeva e ritoccava a ogni nuova edizione del suo Canzoniere, dal 1921 in poi. Ma adesso abbiamo la conferma che questa attenzione per i suoi versi era una presenza costante della sua vita, un’esigenza fisica, e che ogni nuova pubblicazione anche di un solo testo suscitava in lui emozioni fortissime.
  Abbiamo conferma che il laboratorio del grande libro autobiografico in versi di Saba è stato un impegno costantemente per l’autore, per tutta la sua vita.
  Dobbiamo per questo ringraziare Paola Baioni, giovane ricercatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che in Versi dispersi ha riunito più di cento liriche poco note che Saba aveva pubblicato in alcune importanti riviste, da ' Solaria' a ' La Fiera letteraria' a ' Letteratura', in anni successivi alla prima edizione del suo libro per eccellenza, appunto quella del 1921.
  Ci vengono così testimoniati i cambiamenti più frequenti a cui l’autore sottoponeva i suoi testi.
  Spesso, come nella lunga lirica L’uomo, di più di cinquecento versi, Saba preferiva eliminare versi che apparivano troppo narrativi, e quindi potevano togliere nitidezza al testo. Questo accade anche con il celebre trittico Tre poesie alla mia balia, che è un omaggio emozionato alla sua amatissima nutrice, quella Peppa Sabaz di cui oltre al nome sappiamo che fu per lui il vero affetto materno. E vediamo come fosse attento ai cambiamenti del linguaggio: sostituiva accenti, cambiava segni di interpunzione, cercando di adeguarsi ai nuovi usi comunicativi. E virgole, punti esclamativi o interrogativi in poesia rappresentano altrettante pause, o cambiamenti di intonazione.
  Nel libro sono raccontati, ed esemplificati con le poesie, almeno due casi in cui la volontà del poeta di veder pubblicato il proprio testo così come l’aveva licenziato venne frustrata, con conseguenze gravi sul suo equilibrio psichico. Il primo riguarda il poemetto
 L’uomo,
che Saba tentò di far pubblicare su ' La Fiera letteraria' diretta da Umberto Fracchia, nel 1926: questo primo tentativo fallì, probabilmente per le dimensioni del testo, troppo ampio per una rivista, ma forse anche per le condizioni che l’autore poneva, sempre improntate a grande rigore, come che gli venissero « mandate a tempo le bozze » .
  Finalmente L’uomo uscì su ' Solaria' nel 1928, in un numero che gli era tutto dedicato, con grande soddisfazione del poeta. In quell’occasione Saba taglia diciassette versi forse troppo narrativi, quindi scrive ad Alberto Carocci, il direttore della rivista, che la ritiene « la sua più bella poesia » .
  Ma anche ' Solaria' darà dei dispiaceri al poeta, quando vi vorrà pubblicare la plaquette Il piccolo Berto: qui il divario fra la cura attenta dell’autore, le sue precise condizioni, e una certa disinvoltura degli stampatori, procura una profonda ferita a Saba.
  Dopo lunga trattativa epistolare, Il piccolo Berto
  esce nel primo numero del 1931, ma ci sono degli errori di impaginazione e il poeta confessa che, dopo un anno, è la prima volta che è stato costretto a prendere un forte sonnifero « tanto era inquieto e desolato » .
  Alcune poesie sono a sua detta « interamente rovinate » e addirittura si sentirebbe sollevato « se potesse frustare a sangue il colpevole » . Un dolore tanto più forte in quanto quello era amato dal poeta come « l’ultimo gruppo omogeneo di poesie che sono stato capace di comporre » .

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