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:: Testimoni attendibili per descrivere il male - Letture, n. 649 - agosto-settembre 2008

Il legame con un genere che cattura sia lettori sia autori può essere così forte da venire in superficie con indizi-spia, non solo con la scelta di trama e personaggi. È il caso di due romanzi recenti, che al genere "gotico" sono sensibilmente debitori: Locus animae di Alessandro Defilippi e L'eterna notte dei Bosconero di Flavio Santi. In entrambi infatti l'aggettivo "gotico", riferimento preciso al genere, ricorre in posizione strategica nel corso della storia («Il giovane bruno, elegante e piuttosto incongruo in quell'ambiente da racconto gotico…», Locus animae p. 19; «Se questa fosse una semplice storia gotica, come vanno di moda oggi…», L'eterna notte dei Bosconero, p. 262).
Ruolo importante quello del gotico, al crocevia fra Illuminismo e Romanticismo, in un tempo di guerra fra sentimento e ragione, così vicino al nostro tempo da poter essere rivisitato con molta credibilità ancora oggi. Infatti se è vero che la stagione del romanzo gotico, detto anche "nero" per le sue atmosfere notturne e cupe, inizia nel 1764 con Il castello di Otranto di Horace Walpole, è anche vero che ha conosciuto momenti felici in epoca più vicina, l'Ottocento. Ma è soprattutto ai nostri giorni che sta vivendo una rinascita originale, tanto da far pensare a un intreccio fra la situazione gravida di tensioni tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, e quella che viviamo. La rielaborazione che alcuni autori di valore ne stanno dando, non priva di aspetti in comune, è lo specchio di una situazione culturale e sociale che stiamo vivendo, altrettanto segnata da increspature e tensioni.
Ricordiamo infatti che un maestro italiano, vero nume tutelare del genere che ha impostato la sua lunga carriera letteraria sulla dimensione fantastica, proprio in questo periodo vi è ritornato: è Mino Milani, diventato famoso con una storia gotica ambientata ai giorni nostri come Fantasma d'amore, e negli ultimi anni è tornato alle origini dando vita a vicende in bilico fra buon senso popolare e diabolici eventi nella Pavia dell'Ottocento: La cagna del ponte e il recentissimo Un'altra sconfitta, Ferrari (Effigie, 2005 e 2008). Arriviamo così a tre scrittori più giovani, che del gotico mostrano ciascuno una sfaccettatura peculiare, ma con alcuni elementi in comune, condivisi dallo stesso Milani: il più evidente è il bisogno di spostare nel passato, in alcuni casi leggermente, in altri di parecchi anni, l'ambientazione delle storie. L'altro, non meno importante, è il tema di un male invasivo e minaccioso che corrode il mondo, tema che percorre tutte le vicende, con apparizioni più o meno tangibili e violente, e rappresentazioni variamente fantasiose.
È il caso di un autore molto interessante e non noto come meriterebbe, il torinese Alessandro Defilippi, che scrive due avvincenti romanzi gotici, Angeli e il già citato Locus animae. Da psicanalista qual è, Defilippi imposta le sue storie con una grande attenzione alla dimensione interiore dei protagonisti, che vengono travolti da vicende sconvolgenti soprattutto per la loro psiche. Ciò è vero in particolar modo per Locus animae, in cui uno studioso italiano dei nostri giorni, partendo dall'idea di scrivere una biografia di Irving Kastner, allievo di Freud, uno dei primi psicanalisti e specializzato in endocrinologia, morto suicida in circostanze inquietanti, finisce inghiottito in un vortice in cui realtà e immaginazione perdono i loro confini. La struttura del romanzo alterna due piani temporali, i giorni nostri e gli ultimi giorni di Kastner, in una cupa Torino del 1914. Lo scienziato italiano Riccardo Gribaudi leggendone i diari scopre che stava facendo esperimenti sul cervello umano, alla ricerca di quello che secondo lui è il punto preciso in cui ha sede l'anima. Quindi, una tematica morale e religiosa dà avvio all'intera vicenda, fino alla conclusiva amara riflessione morale. Coerente con questo aspetto, anche Angeli (Passigli 2002), sviluppa un tema morale in modo grandioso ed epico e non più solo interiorizzato, in una serie di eventi che coinvolgono gli albori dell'attuale civiltà, un libro scomparso dell'antico Testamento, il leggendario Libro di Enoch, e la tragica parabola del fascismo nell'Italia della prima metà del Novecento, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Qui l'elemento soprannaturale è ancora più forte, è decisamente incarnato mentre in Locus animae sfuma tra le regioni della mente, ma quel che colpisce è la scelta dei periodi: in entrambi, un'Europa sull'orlo del suo tragico precipizio.
È invece la riscoperta di un mito dell'antica Grecia, quello delle Menadi, diventate poi Baccanti, alla base del fortunato romanzo del cinquantunenne Luca Di Fulvio, La scala di Dioniso (Mondadori, 2005), una sanguinosa storia che del gotico recupera atmosfere e ritmo rovinosi, ma con due novità: appunto il colore classico invece che medievale, e la scelta del punto di vista del protagonista, l'assassino seriale che sembra incarnare lo stesso dio Dioniso, in una comunità industriale nell'Inghilterra al passaggio dall'Ottocento al Novecento. Si intrecciano qui l'immaginazione di un microcosmo di esseri diseredati e marginali, deformi nell'anima più ancora che nel corpo come il nano Tristante, il mito, a sua volta distorto, delle macchine diventate gigantesche protesi del corpo, e la raffigurazione plastica, potente, di un male che divora se stesso, in un'infinita catena di sofferenze e morte. Sotto questo segno di dolore e disperazione nasce il secolo appena trascorso, un presagio minaccioso di atrocità: il male è dunque il secolo stesso, la sua civiltà perversa, e non trova un'unica incarnazione semiumana. Nel romanzo precedente, L'impagliatore (Einaudi, 2004), Di Fulvio aveva già dimostrato quali ne sarebbero stati i crudeli sviluppi nel nostro tempo, sempre attraverso la distorsione di una realtà di per sé "normale".
All'insegna della letteratura, ma con una potente capacità narrativa che si libera da ogni pastoia letteraria, è il secondo romanzo di Flavio Santi, già da tempo noto come poeta, che lo ha pubblicato a trentatré anni: L'eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006) rivisita il tema del vampirismo in chiave decisamente satanica, trasferendolo nella Sicilia del 1787, e affidando la narrazione, con una mediazione al quadrato, a un perduto manoscritto di Goethe. Che in fin vita racconta quale finora inconfessata esperienza della giovinezza gli abbia realmente ispirato il Faust, permettendogli di trasfondergli quel nerbo tragico che lo salva dall'essere opaca prova letteraria. La visione apocalittica finale è anticipata, in una vera escalation di tensione, da un intreccio di personaggi non soprannaturali, ma vistosamente segnati da un evento che oltrepassa la realtà. Un'autentica ridda di mostri in sembianze umane, che contrasta fortemente col clima di scientifica ragione dominante nell'Europa del Nord e che avrebbe dato vita dopo soli due anni alla Rivoluzione francese. È significativo che questo contrasto sia rappresentato proprio da Goethe, in cui si incarnano entrambe le coscienze, quella razionale e quella magica. Ma, come ripete uno dei personaggi siciliani, «qui è tutto pieno di demoni». È la stessa conclusione a cui arriva lo scrittore tedesco: «il male è fra noi e non ha nessuna intenzione di abdicare». Anzi, sembra cancellare la rassicurante patina di progresso e controllo con cui la scienza del Settecento ha ammantato l'intera nostra civiltà.


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