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:: Gerusalemme nascosta - Avvenire 5 Aprile 2009

Domenica 5 aprile, sulle pagine di "Agorà" della domenica del quotidiano Avvenire, in occasione della vicina Pasqua Bianca Garavelli pubblica un suggestivo reportage sulla città più sacra del Pianeta.

Gerusalemme si specchia nelle sue pietre chiare e lucide e grazie a esse risplende. Il suo essere terra sacra, la città più sacra al mondo per le tre grandi religioni che qui hanno eretto i loro luoghi più santi, si esprime anche così. Sono le pietre che lastricano le vie pedonali, altrettanto scivolose quanto lucide, che accompagnano i passi dei visitatori come invitandoli alla prudenza, a non camminare con troppa distrazione. Dovunque vadano, dal suk in certi giorni silenzioso, ma vicino alla Pasqua agitato, all´ingresso medievale del Santo Sepolcro, alle strette vie curvilinee che si attorcigliano appena fuori e appena dentro le mura. Vista dall´alto, la Città vecchia è una conchiglia di luce, e d´oro nelle cupole delle moschee. Così è chiamata in una celebre canzone di Naomi Shemer: "Gerusalemme d´oro, di bronzo e di luce".

Sono passati molti secoli da quando la città è stata assediata, conquistata, e poi tornata al suo splendore, con le mura intatte che proteggono il suo tesoro di monumenti. E di vita umana. Il clima è così mite e il sole così forte che indossare abiti pesanti è impossibile. Se chiedo alla città di accettarmi, accogliermi, lei risponde con questo sole, con questo cielo senza nuvole.

Incoraggiata, sfioro i suoi luoghi più intensi, i suoi simboli più sacri: la chiesa armena di San Giacomo, il Santo Sepolcro, quel che resta dell´immenso Tempio, cioè il Muro Occidentale, quello che per noi è il Muro del Pianto. E' qui che vedo pregare uomini diradati in una distesa grande, assolata, e molte donne stipate in uno spazio molto più stretto, che una parete divisoria dedica solo a loro. Mi unisco a queste preghiere, pregando come so, ma in latino, perché mi sembra più adatto alla sacralità antica che promana da queste pietre squadrate. Poi lascio il mio piccolo biglietto bianco in una fessura, in mezzo alle molte altri brevi scritti, preghiere, richieste, invocazioni.

L´insieme di tutti questi luoghi pieni di vita e attesa è il ritratto complessivo di una città più araba che europea, baciata dalla solarità e dall´energia comunicativa dei popoli del Medio Oriente. Lo conferma la voce del muezzin che si impone, a pochissima distanza dal Sepolcro di Gesù. Ma non può interrompere il flusso di emozione che viene da questo ingresso medievale, carico di attesa, di mistero. Da queste due arcate appuntite, l´immagine dello slancio religioso dell´Occidente in questa terra d´Oriente. Dentro, la devozione delle persone che si accalcano è uno spettacolo per la vista e il cuore. Si può vedere quanti pellegrini riempiono il tempio solo appena entrati, ed è un contrasto col sagrato che sembra sempre vuoto. Tutti vogliono entrare al più presto. C´è chi si inginocchia e posa immagini, candele e oggetti personali sulla Pietra dell´unzione, la pietra massiccia su cui è stato deposto il corpo di Gesù per essere unto prima della sepoltura, e lo faccio anch´io. Chi accende candele alla fiamma delle fiaccole che circondano il piccolo edificio intorno al Santo Sepolcro, chi a dispetto del copricapo da sceicco si accalca con gli altri per entrare nella zona sacra, senza rispettare la fila. C´è sempre la fila, per entrare qualche secondo nel luogo più sacro della cristianità, il Sepolcro di Cristo. Trenta secondi al massimo, poi la campana suonata dall´addetto segnala che è il momento di uscire, per lasciare spazio ad altri. Devo andare, ma almeno ho visto la pietra levigata che ospitò il corpo di Gesù, e la pietra, nell´anticamera del Sepolcro, da dove un Angelo di luce annunciò a Maria Maddalena che Lui nella tomba non c´era più. Tutto è in penombra ora, non c´è più quella luce, è difficile concentrarsi sul senso vero di questa visita in mezzo alla folla, soffocati dai muri angusti che rinchiudono i segni perenni della morte e resurrezione di Nostro Signore. Ma ci riesco tuttavia, per un istante, sento che altri che sono con me ci riescono. Al punto che poi tornare a tutta quella luce diurna disorienta.

Bambini un po´ scugnizzi giocano con una specie di carrello, uno è dentro e altri lo spingono correndo, costringono un gruppo di visitatori a dividersi. Altri due bambini più piccoli sorridono davanti a una finestra con un´inferriata enorme, seduti su grandi cuscini. Loro sono una promessa di futuro innocente, amichevole. Sono la Pasqua della vita quotidiana. Intanto un barbiere lavora nella sua bottega aperta ornata di festoni verdi, che a guardar bene sono rami di un rampicante, con cura rade un cliente che si specchia tranquillo senza curarsi dei turisti che prendono quest´immagine di altri tempi.

Da una stretta scala metallica salgo sui tetti che coprono il bazar. Da qui lo sguardo può correre lontano, fino alle colline, fino al Monte degli Ulivi, e il pensiero corre più veloce verso la Pasqua. Non c´è più distanza, lo spazio riempito da quest´aria limpida non separa, avvicina. Gerusalemme è anche un paesaggio di colline dolci, dalla cima del suo cuore antico non si può distinguere un centro e una periferia. Chi guarda adesso la Città vecchia dal Monte degli Ulivi scopre la stessa luce trasparente, la stessa vicinanza ai profili acuti delle chiese, a quelli morbidi delle moschee. Fino ai quartieri fuori dalle mura, al Mulino Montefiore disegnato sulle nubi leggere, fino a Rehavia, il quartiere di villette coi giardini pieni di bandiere d´Israele. Dappertutto, anche a distanza dal suo centro sacro, Gerusalemme vive di quest´aria calda e viva, come una nota di fondo che ne unisce i confini.

Bianca Garavelli


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