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22 September 2011

Alla scoperta della "Divina Commedia"

Alla scoperta della "Divina Commedia". Iniza oggi, sulle pagine de "L´Informatore", la nuova rubrica mensile di Bianca Garavelli tutta dedicata al Sommo Poeta italiano. Ora, grazie agli approfondimenti di Bianca, i lettori del settimanale di Vigevano potranno riscoprire il piacere del viaggio verso l´alto compiuto sette secoli fa da Dante Alighieri.

Giovedì 22 settembre 2011: il primo articolo è dedicato a uno splendido personaggio femminile, Cunizza da Romano, incontrata da Dante in Paradiso IX, famosa per la sua capacità di amare e il suo incontro con il trovatore guerriero Sordello da Goito. Qui appaiono entrambi in un ritratto immaginato dal pittore ottocentesco Federico Faruffini, ora alla Pinacoteca di Brera a Milano.

Cunizza: la forza politica dell’amore

 

<>. Si presenta così la bella, splendente anima beata che Dante incontra in Paradiso IX, uno dei canti ambientati nel cielo di Venere. È Venere, infatti, la <> alla cui luce fa riferimento: l’astro che suscita l’amore nell’umanità, e da cui sono influenzate alcune persone in modo particolare, attraverso l’incessante movimento dei cieli intorno alla Terra.

Cunizza da Romano è l’ultimo personaggio femminile che Dante incontra, e con cui dialoga, nel suo viaggio nell’aldilà. Dato che nulla avviene a caso nella Divina Commedia, e ogni dettaglio, ogni fatto, ogni anima, hanno una precisa posizione per una precisa finalità, dobbiamo pensare che questo sia un incontro importante, con un dialogo a cui l’autore affida contenuti non trascurabili, su cui vuole che concentriamo la nostra attenzione. Iniziamo a scoprire perché, già leggendo la solenne descrizione del luogo da cui Cunizza proviene, costruita dando risalto ai confini naturali rappresentati dai fiumi (<>, il Brenta e il Piave, che segnano i limiti occidentali del territorio di Treviso, allora noto come Marca Trevigiana), come sempre quando Dante vuole sottolineare l’importanza e la nobiltà morale del personaggio che parla. Ma in questo caso, tuttavia, la presenza di Cunizza nel gruppo di anime beate la cui vita è stata segnata dalla propensione all’amore si intreccia con l’evocazione di un altro personaggio di rilievo, che però non è affatto positivo, né “amoroso”. Infatti non si trova in Paradiso, e anzi è stato già mostrato dal poeta durante il suo viaggio all’Inferno, fra i tiranni violenti immersi nel sangue ribollente del fiume Flegetonte, che si sono dannati macchiandosi di mostruose atrocità (<

  • > di Inferno XII). È il fratello di Cunizza, famigerato più che famoso, Ezzelino da Romano, signore della Marca Trevigiana, territorio di rilievo strategico fondamentale: la sua tragica influenza sulla vita politica dell’Italia del Duecento aveva provocato stragi e guerre sanguinose, tanto che il suo stesso nome era diventato sinonimo di crudeltà ed efferatezza.

    Per queste ragioni, Cunizza mette al centro dell’affresco geo-politico con cui introduce se stessa proprio Ezzelino, definendolo <>, cioè un “fuoco incendiario”, una sorta di innesco per disastri e violenze a catena, che solo la fine a sua volta violenta riuscì a fermare. Introduce così nel discorso un tema drammatico, la divisione politica d’Italia, che attraversa l’intera Commedia, e che ci riguarda ancora più da vicino quest’anno, in cui celebriamo i 150 anni di unità del nostro, ancora giovane, paese.

    Chi erano Ezzelino e Cunizza da Romano, così come ce li ha consegnati la storia?

    Ezzelino III da Romano era nato nel 1194, dalla contessa Adelaide degli Alberti di Mangona, allora illustre feudo della Toscana, e dal marchese Ezzelino II. Cunizza ricorda indirettamente i loro genitori parlando a Dante dell’unica <> da cui nacquero lei e la <> Ezzelino. Il quale rivela fin da giovanissimo la sua natura violenta e bellicosa, cominciando a combattere per conquistare le più importanti città del suo territorio. Nel 1232 assedia ed espugna Verona, con l’aiuto dell’imperatore Federico II. Nel 1237 si è già annesso a Vicenza, Padova e Trento, nonostante i ripetuti tentativi di contrastarlo da parte del papa e delle forze guelfe. In seguito sposa Selvaggia, figlia naturale dell’imperatore svevo, rafforzando così la sua alleanza con lui e con la fazione politica ghibellina, tanto che anche dopo morte di Federico II, avvenuta nel 1250, riesce a mantenere saldamente la maggior parte dei suoi domini. Ma i Guelfi intensificano i loro attacchi contro il suo potere: viene scomunicato nel 1254; nel 1259, dopo aver guidato una spedizione armata contro Brescia, che gli si era ribellata, viene assalito a tradimento mentre torna in patria. La grave ferita che ha subito lo porterà in breve alla morte: Ezzelino infatti inspiegabilmente rifiuta ogni cura. I cronisti e i novellisti del suo tempo sono concordi nel descriverlo come un uomo spietato e crudele, e così anche Dante ce lo consegna, probabilmente condannandolo soprattutto per la sua alleanza con Federico II, che non rispecchiava l’ideale dantesco di imperatore, immune da qualsiasi ingerenza in campo religioso e non certo nemico del papa. Solo due anni fa un narratore, Marco Salvador, ne offre un ritratto più umano nel suo romanzo La palude degli eroi (Piemme).

    Cunizza, suo malgrado sorella di un tale cupo personaggio, si distingue invece per bellezza e fascino. Nata probabilmente nel 1198, diviene infatti presto famosa per il suo matrimonio “politico” con il signore di Verona, Riccardo di San Bonifacio, rampollo di una famiglia storicamente nemica dei da Romano. Ma l’alleanza sperata da questo matrimonio non si realizza, e Cunizza torna protagonista delle “cronache rosa” del tempo per il suo rapimento da parte del trovatore-guerriero Sordello da Goito, mandato da Ezzelino ma, si racconta, anche innamorato e amante della nobildonna. Ecco spiegato il motivo per cui la Cunizza del Paradiso si dichiara “vinta dalla luce di Venere” ma “indulgente verso se stessa” (<>) : ci dà un’interpretazione etica, in tutto rispettosa delle leggi divine, della sua predisposizione all’amore. In questo modo Dante ne fa un ritratto anticonformista, rovesciando in positivo le critiche di cui era stata spesso oggetto, in quanto donna dai molti amori passionali. In questo senso, ne fa una figura moderna, liberata da pregiudizi moralistici.

    Subito dopo, Cunizza conclude il suo discorso con un’angosciosa profezia: il territorio un tempo dominato da suo fratello Ezzelino sarà travolto da una serie di vergognosi tradimenti e sanguinose battaglie fra Guelfi e Ghibellini, in cui saranno coinvolte le città di Vicenza, Padova, Feltre e Ferrara, sempre per lo stesso motivo: la smania di potere che calpesta l’etica cristiana e annulla ogni volontà di concordia e pace. Queste profetiche parole e la presenza aleggiante di Sordello sottolineano ancora come il tema politico sia intrecciato con quello amoroso nell’episodio di Cunizza: infatti Dante aveva già incontrato il trovatore nell’Antipurgatorio, affidando al suo dialogo con il “conterraneo” Virgilio l’ampia invettiva politica contro le guerre intestine in Italia di Purgatorio VI.

    Perché l’autore affida proprio a un personaggio femminile, famoso per la sua capacità di amare, il compito di fare una così drammatica profezia? Perché ha voluto avvicinare il tema dell’amore, dominante nei canti del cielo di Venere, a quello della guerra e della rovinosa divisione d’Italia? È una scelta significativa e innovativa, che ci mostra la capacità del poeta di cambiare dall’interno la tradizione: l’amore, a cui nella poesia cortese sono legati i personaggi femminili, le belle, bionde dame amate prima dai trovatori e poi dai poeti siciliani e toscani, può essere il fondamento della pace operosa anche fra nemici, può superare ogni ostilità.

    È bello, soprattutto per noi lettori di oggi, scoprire come Dante abbia affidato a una donna il suo messaggio di pace e unità, in netto contrasto con la situazione del suo tempo, in cui la penisola era smembrata in territori fra loro frequentemente in conflitto, e a loro volta divisi in litigiose fazioni. Cunizza diventa il simbolo stesso dell’amore come forza anche politica, capace di unire, dirimendo le controversie e guidando verso un equilibrio duraturo. La pace che Dante desidera, l’unità d’Italia per cui fra i primi nostri intellettuali aveva lottato, passa così attraverso il volto dell’amore.

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